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Incendi e funghi. Quali effetti sull’ecosistema

Il ciclo dei nutrienti, immissione degli inquinanti in atmosfera e cambiamenti climatici, effetti sulla produzione di funghi dopo un incendio

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Ci sono vecchie credenze che sono dure a morire, talmente radicate nella mente soprattutto di persone anziane che non si smuovono dalle loro errate convinzioni, ed il rapporto tra incendi e funghi è una di queste.

Si dice “saggezza popolare” e si citano nozioni empiriche, ovvero prive di qualsivoglia valenza scientifica, per giustificare comportamenti censurabili, se non del tutto pesantemente dannosi.

Gli incendi boschivi ai fini del rinnovo vegetazionale sono il più classico dei comportamenti censurabili, ancor di più in un’epoca come quella moderna, caratterizzata da evidenti cambiamenti climatici.

GLI ULTIMI INCENDI BOSCHIVI

In questi ultimi giorni ho assistito personalmente allo scempio causato da un incendio di vaste proporzioni che ha interessato due province, 4 comuni, 2 vallate fittamente coperte da pregiate foreste a prevalenza di Castagni.

Incendio che per altro dura all’inverosimile, perché alimentato dal vento e favorito dal protrarsi di una insolita siccità invernale e primaverile.

Il fuoco è stato appiccato lunedì 25 marzo a inizio sera, quando infuriava un vento favonico secco ed impetuoso, partendo dalla località Bornate di Serravalle Sesia in Valsesia, provincia di Vercelli.

Poco prima, dal pomeriggio un altro incendio aveva iniziato a devastare una zona boschiva pregiata nel Parco di Veio, ovvero il Sacro Monte di Belmonte nel Canavese, provincia di Torino.

Mentre scrivo, l’incendio appiccato a Serravalle Sesia ha raggiunto un fronte di 18 chilometri estendendosi al Biellese, ed un altro incendio boschivo è segnalato a Plello di Borgosesia, in Valsesia provincia di Vercelli.

Ieri mentre ho fermato l’auto lungo la strada di fondovalle della Valsessera, per fare alcune fotografie, ho assistito all’avanzata di un fronte

Il fuoco è arrivato su di un castagno ceduo formato da una mezza dozzina di alberelli cresciuti attorno al vecchio tronco principale.

Il tempo di scattare un paio di fotografie e l’intero albero era completamente avvolto dalle fiamme, inerme.

Pochi minuti dopo, di quella mezza dozzina di alberelli non c’era rimasto più nulla. Tutto andato in fumo!

Osservando quello scempio ho pianto, constatando quanto siamo incoscienti, superficiali ed arroganti nei confronti della natura e del nostro pianeta.

A favorire l’iper-combustione, la presenza in zona di molti alberelli malaticci o secchi, dopo il pesante attacco degli anni passati da parte del famigerato Cinipide del Castagno.

Molti alberi malaticci erano anche stati abbattuti dalla furia del vento o dai temporali che, sempre più spesso sono accompagnati da raffiche di vento di forza inaudita.

Tutto questo ha dato grandi quantità di combustibile ad un incendio che pare non fermarsi più.

Dopo esser transitato nei pressi dell’incendio, giunto a casa, avrei voluto mettermi al computer a scrivere qualcosa ma, la rabbia era tanta e tale che ho dovuto trattenermi dallo scrivere perché, in quei momenti di rabbia e delusione avrei scritto molte cattiverie.

Lasciando in disparte le sensazioni personali, proviamo ad analizzare quelli che sono gli effetti di un incendio sulla vegetazione, sui suoli, sui miceli e più in generale sull’ecosistema ed il clima

COSA C’E’ DI VERO DIETRO ALLA CONVINZIONE CHE UN INCENDIO POSSA RINNOVARE LA NATURA?

Per darti una risposta concreta e scientifica, mi avvalgo di uno studio del 2004 del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Direzione per la Protezione della Natura.

Senza entrare nei lunghissimi dettagli di questo rapporto, ti posso dire che oggi, si tende a classificare gli incendi boschivi in base alla loro intensità.

Il modello americano ci ha insegnato a classificare gli incendi boschivi in base al comportamento del fuoco e della frizione di biomassa che effettivamente viene consumata.

Il Servizio per la Conservazione delle Risorse Naturali del Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti classifica gli incendi sulla base della loro intensità per stimare l’avvenuto riscaldamento del suolo e studiando gli effetti sulla vegetazione.

Si divide perciò gli incendi in:

Incendi di bassa intensità.

I detriti vegetali risultano solo parzialmente bruciati e gli effetti collaterali sono scarsi.

Entro un anno la vegetazione torna a fiorire e non si registra alcun cambiamento nella erosione potenziale del suolo.

Solo questo tipo di incendio può produrre alcuni benefici col rinnovamento della vegetazione.

Gli incendi di media intensità

Si verifica un consumo dello strato organico della lettiera.

Il suolo si secca e diventa idrorepellente fino a 2,5 cm di profondità ed in questo strato muoiono radici e miceli.

Gli alberi sono anneriti ma non del tutto carbonizzati.

Le erbacce si rigenerano velocemente mentre la vegetazione si rigenera entro 1-5 anni, i miceli non prima di 5 anni.

Si verifica inoltre una incremento dell’erosione potenziale dovuto alla mancanza di copertura superficiale con moderata idrofobicità (suoli che respingono l’acqua).

Infine Incendi di alta intensità

Si verifica una combustione totale della vegetazione.

Il suolo si modifica fino a 5 cm di profondità divenendo altamente idrofobico con anche fenomeni di cristallizzazione dei minerali e formazione di croste dure e compatte.

Gli alberi possono bruciare completamente, anche se la media di combustione di solito varia tra gli 0,5 ed i 2,5 cm in profondità, a seconda della velocità con cui è transitato il fronte del fuoco.

La produttività del suolo sarà significativamente ridotta e la ricostituzione della vegetazione avverrà a partire solo dal quinto anno e spesso anche non prima del decimo anno.

L’erosione del suolo aumenta significativamente

Indipendentemente dall’intensità dell’incendio, la combustione della lettiera e della vegetazione avrà vari effetti sui processi idrologici e geomorfologici.

Vi sarà perdita di strato organico di lettiera, conosciuto come agente anti-erosione, quindi di nutrienti e di sostanza organica stabilizzante del suolo.

Come puoi immaginare, un suolo surriscaldato da un incendio, che può raggiungere e superare i 500°C, modifica radicalmente la composizione chimica del terreno stesso.

Tra i primi effetti, la perdita o riduzione della struttura, la riduzione della porosità e l’alterazione del colore.

Dopo l’incendio, lo strato superficiale del suolo diventa idrofilo (assorbe acqua), ma diventa fortemente idrofobico (non assorbe acqua-impermeabile) appena sotto.

Di conseguenza aumenta l’erosione dello stesso.

Il vento spazza via la cenere superficiale, poi la terra bruciata idrofila che è assai più leggera rispetto a sabbia e pietrisco ed emerge lo strato idrofobico.

Il suolo si impoverisce ulteriormente e le prossime piogge non faranno altro che favorire l’erosione con asportazione dell’ultima porzione di terra o terriccio idrofilo.

Rimarrà sul suolo soltanto sabbia grossolana e pietrisco che non favoriranno la germinazione delle sementi che, per protezione dall’eccessivo calore degli incendi, diventano durissime e si risvegliano solo dopo lunghissima permanenza in substrato umido.

Il pH del suolo subirà evidenti alterazioni ed innalzamento

Su suoli calcarei-alcalini l’incendio può avere effetti benefici perché fa diventare i suoli acidi e quindi temporaneamente più fertili, ideali per temporanee nascite di Morchelle (Morchella elata) o Ovuli (Amanita cæsarea), talvolta anche di Boletus aereus.

Si tratterà però di eventi temporanei e limitati nel tempo, con successiva perdita di produttività anche di questi funghi opportunisti

La produzione di questi, cesserà tanto rapidamente quanto rapida sarà l’erosione indotta dal vento e dalle piogge monsoniche tipiche di questi ultimi anni.

GLI EFFETTI PRINCIPALI DEL FUOCO SUL SUOLO

Il fuoco ha tre tipi di effetti sul ciclo dei nutrienti.

Gli effetti primari sono proporzionali all’intensità del fuoco e consistono nella deposizione della cenere e nella volatizzazione dei nutrienti.

Quelli secondari comprendono il dilavamento e l’erosione del suolo, la dissoluzione di ioni, la ritenzione di nutrienti, la volatizzazione dell’azoto e la ricaduta di particolato presente nel fumo.

Infine gli effetti terziari influiscono sull’attività microbica, nonché sulla capacità di futura formazione di una nuova lettiera e trasformazione dell’azoto.

La temperatura raggiunta durante l’incendio ha un ruolo primario nella determinazione dell’ammontare del danno.

Con temperature superiori ai 200°C, peggio ancora se al di sopra dei 500°C, l’azoto viene completamente volatilizzato.

Il potassio vaporizza a 760°C, il fosforo a 774°C, lo zolfo a 800°C, il sodio a 880°C, il magnesio a 1107°C ed il calcio a 1240°C.

Il carbonio e l’azoto rappresentano i nutrienti chiave maggiormente influenzati dal fuoco

Con incendi di intensità da bassa a media non vi è un cambiamento significativo nelle riserve di azoto.

Al contrario, cambiamenti significativi con mineralizzazione o volatilizzazione dell’azoto determinano cambiamenti molto significativi nella produttività.

Ovvero la perdita di azoto deperisce il terreno e la vegetazione sopravvissuta all’incendio non trova più adeguato nutrimento.

Non farti però ingannare da osservazioni empiriche fatte senza alcun fondamento scientifico.

Sì è vero, e questo studio lo conferma, subito dopo l’incendio di intensità da bassa a media, in caso di precipitazioni frequenti ma mai intense, vi può essere una temporanea esplosione di nascite di alcuni funghi e specie vegetali.

Ciò è dovuto alla temporanea trasformazione dell’azoto e del fosforo da forma organica a forma inorganica

Per intenderci la cenere è un buon fertilizzante, ma gli effetti secondari all’incendio non tarderanno ad arrivare non appena questa temporanea disponibilità cesserà.

A farla cessare interverranno in primis gli agenti atmosferici.

Ti ricordo che il nostro pianeta, che ci piaccia ammetterlo o meno, sta subendo evidenti cambiamenti climatici cui occorrerà tenere inevitabilmente conto.

Alcuni di noi vivono questi cambiamenti climatici come fattore scatenante ansia e preoccupazione.

Preferiscono perciò nascondere la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi.

Fanno finta che il problema non esiste

Adducono al fatto che, se grandi politici internazionali dicono che i cambiamenti climatici sono una “balla”, una fake news inventata da meteorologi allarmisti o da ecologisti non disinteressati, allora si può stare tranquilli.

Ecco, per dirlo senza mezzi termini, molti di questi politici devono difendere interessi di parte.

Devono difendere le proprie industrie estrattive dei combustibili fossili, responsabili dell’effetto serra e dei mutamenti del clima.

Oppure devono difendere imprenditori amici che finanziano le loro onerose campagne elettorali.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI SONO SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI

Dai primi anni ’70 mi occupo di meteorologia e seguo l’andamento climatico della mia regione che è il Piemonte.

Dal 1982 registro, monitorando diverse stazioni meteo regionali, così come certificato dall’IPCC Intergovernmental Panel on Climate Change-Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici, costanti aumenti di temperatura, minor frequenza delle piogge, sempre più concentrate in episodi di breve ma forte intensità, maggior presenza di giornate prive di nubi.

Soprattutto però, il progressivo diradamento delle nubi stratificate medio-basse responsabili delle nevicate invernali e delle nebbie.

Per non parlare poi della sempre più frequente presenza di forti venti secchi, che nel Nord Italia assumono carattere favonico, o di venti pre-frontali o post-frontali che durante i temporali diventano violenti e distruttivi.

Tutti questi mutamenti del clima non fanno altro che alterare il fragile equilibrio della natura.

Se ad un equilibrio di per sé già fortemente fragile per colpa del clima, ci aggiungiamo anche i danni cagionati dall’azione antropica (dell’uomo) ecco che la frittata è fatta.

INCENDI E CAMBIAMENTI CLIMATICI

In tempi non sospetti, quando le piogge erano ancora abbastanza regolari e le temperature massime estive superavano di poco i 30°C, un incendio di bassa o media intensità avrebbe potuto causare limitati problemi.

Forse all’epoca sì un fuoco controllato avrebbe potuto rinnovare la vegetazione e favorire lo sviluppo di nuove specie.

Oggi non possiamo più permetterci certi “lussi“.

Tra le principali conseguenze indotte da un incendio boschivo vi è il trasferimento in atmosfera di un porzione significativa di circa 200 composti tra cui metano, idrocarburi, monossido e biossido di carbonio, ossidi di azoto e particolato.

Tutte sostanze fortemente inquinanti che non fanno altro che amplificare la già eccessiva presenza di gas serra.

In un incendio di vasta entità l’immissione di inquinanti aumenta in maniera esponenziale poiché si creano condizioni di combustione incompleta.

Il fronte di fiamma brucia rapidamente la vegetazione bassa, ma nel suo seguito rimane una combustione lenta che riguarda soprattutto alberi abbattuti dal vento-temporali-fulmini.

Non da meno a favorire la combustione lenta vi sono ad esempio gli alberi ammalati a causa di attacchi di insetti che possono essere il Cinipide del Castagno, la Processionaria o altri insetti.

La combustione lenta genera quantità di gas otto volte superiori ad una combustione viva.

Alcuni gas prodotti durante gli incendi sono direttamente implicati nelle trasformazioni ambientali e partecipano direttamente all’effetto serra.

Il particolato poi, può avere effetti di modifica del clima locale mediante la diffusione della radiazione solare.

La modifica dell’albedo (quantità di luce che viene riflessa in tutte le direzioni) favorisce la riduzione della vegetazione e quindi dell’evapotraspirazione (umidità che viene trasferita dal suolo all’aria attraverso le foglie).

L’attività del fuoco può influenzare il clima ma, a sua volta è il clima stesso che può influenzare la natura degli incendi

Con un clima eccessivamente secco, così com’è accaduto in questi giorni in Piemonte, un piccolo incendio, favorito dal vento secco, può trasformarsi in un vero e proprio cataclisma.

La stagione degli incendi diventa lunghissima.

Inizia già a fine inverno, favorita dalla siccità e dall’assenza di piogge che è tipica di alcune zone durante l’inverno.

Prosegue in primavera e si amplifica a dismisura durante l’estate e l’autunno quando torna il vento secco al posto delle piogge autunnali.

Da quando abbiamo preso atto dell’esistenza del Global Warming (Riscaldamento Globale del Pianeta, ufficialmente dal 1982), le temperature estive stanno raggiungendo valori sempre più sahariani.

Ogni anno che passa si registrano nuovi record di caldo.

Nel 1982 i giornali scrivevano di nuovi record di caldo fino a 33 o 34°C.

Oggi i nuovi record di caldo si attestano attorno ai 44°C quando non anche oltre.

Ora immagina l’effetto che un sole cocente può avere su di un’area fittamente ricoperta da florida vegetazione.

Immagina ora l’effetto che lo stesso sole cocente può avere su di una superficie annerita dall’incendio e priva di vegetazione.

Un sole che produce temperature massime dell’aria superiori ai 35°C raggiunge il suolo con un calore superiore ai 45/50°C.

Viceversa, un sole che produce temperature superiori ai 40°C raggiunge il suolo con un calore simile a quello di un piccolo incendio.

Un suolo annerito che assorbe molto calore non può far altro che produrre ulteriori danni all’intero ecosistema.

FOLLI COMPORTAMENTI UMANI

Non solo noi umani tendiamo a nascondere la testa sotto la sabbia ma, ci disinteressiamo a tutto ciò che ci circonda, che non siano smartphone, aggeggi tecnologici o automobili che possano farci apparire come dei “fighi” spaziali perché li possediamo.

Ci dimentichiamo che non siamo noi a nutrire la natura, anche se adottiamo un cane o un gatto che nutriamo fino all’obesità e viziamo come fosse un nostro figlio naturale, ma che è la natura che nutre noi.

Senza equilibrio, la natura si inceppa, rischia di non produrre più i nutrienti di cui non solo le piante, ma anche noi abbiamo grande bisogno.

Per non parlare poi dei cicli dell’acqua che sprechiamo, inquiniamo, ammazziamo con i nostri comportamenti folli.

Anche in questo caso dimenticandoci che senz’acqua dolce non può esistere vita umana.

L’auto scusa che molti di noi si inventano è che siamo circondati da vastissimi oceani perciò, prima che si esaurisca l’acqua ce ne vorrà davvero del tempo.

La realtà però è un’altra

I cambiamenti climatici rendono già, e renderanno sempre più, l’acqua dolce disponibile in maniera disomogenea e tutt’altro che uniforme e continua.

Le cosiddette bombe d’acqua sono ormai note a tutti

Solo gli ignoranti non ne conoscono l’esistenza o la ignorano deliberatamente

Le bombe d’acqua sono il frutto di cambiamenti climatici che, soprattutto in presenza del fenomeno detto del Niño (anomalo surriscaldamento della superficie dell’Oceano Pacifico), possono diventare distruttivi.

Il forte contrasto tra vaste masse d’aria calda e nuclei d’aria fredda-umida sempre più concentrati in un’area sempre più ridotta, originano super temporali detti supercelle temporalesche.

Queste supercelle possono originare elevata vorticosità, ovvero vortici che possono essere semplici trombe d’aria o persino tornados.

Un alluvione lampo originato da queste multicelle o supercelle temporalesche, può lasciare al suolo fino a 300/400 o addirittura 500 millimetri d’acqua in poche ore.

Pensa a 500 litri d’acqua che si riversano in un breve lasso di tempo su di una superficie di un metro quadrato.

Secondo te quali effetti potrà avere questa bomba d’acqua sul suolo, sulla vegetazione e sui funghi?

Ora, immagina una di queste bombe d’acqua che cade su di una superficie fittamente ricoperta da florida vegetazione.

Questa riuscirà certamente a rallentare la forza dell’acqua.

Buona parte dell’acqua finirà ben distribuita sul suolo e, attraverso foglie, rami, radici riuscirà a penetrare nel suolo arricchendo le falde acquifere.

Immagina una bomba d’acqua che cade su di un suolo impoverito o distrutto da un incendio

Te le figuro meglio io…

Un suolo impermeabile che non assorbe acqua, che respinge dunque la pioggia concentrandola entro gli avvallamenti naturali.

Acqua che dilava la poca terra che non si è cementata durante l’incendio trasportandola a valle e creando fango che asporta altra terra, pietrisco, rocce, masse rocciose ed infine ponti, strade e case.

Inizia un circolo vizioso in cui il vento asporterà le masse di sabbia fine che viene strappata dal suolo impoverito.

Suolo che non riesce a far schiudere semi e nascere nuove piantine perché l’eccessivo calore e siccità ne impediscono la germinazione.

Ogni temporale asporterà altre porzioni di terra, sabbia e roccia

Aumenteranno a dismisura l’erosione e le frane e la forza del vento non farà altro che far aumentare la quantità di pietruzze che si trasformeranno in sabbia.

Vento caldo e sabbia.

Davvero devo dirti quale sarà la conseguenza di una eccessiva presenza di vento e sabbia?

Prova a pensare al Sahara e a come si è formato.

I deserti non si formano per un puro caso

Sono i venti adiabatici caldi e secchi che favoriscono questo fenomeno.

Se ai questi venti ci aggiungi l’incuria o l’ignoranza dell’uomo, allora è meglio che tu ti attrezzi sin da ora a pestare i primi deserti nel Nord Italia!

Puoi approfondire l’argomento leggendo il mio articolo: I CAMBIAMENTI CLIMATICI, COSA SONO E COME SI MANIFESTANO.

Tutti i dettagli del rapporto pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio da cui ho tratto i dati scientifici citati in questo articolo sono racchiusi in questo file in formato pdf, scaricabile.

 

Di seguito alcune immagini del vasto incendio che ha devastato pare della Valsesia e Biellese Orientale.

 

Incendi e funghi quali effetti sull'ecosistema
L’incendio di Serravalle Sesia, Crevacuore, Sostegno

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